La vita incrudelì su molti affetti di Giotti. La tragedia dei due figli Paolo (nato nel 1915) e Franco (nato nel 1919), morti in guerra, produce persino una svolta nella sua poesia, con la raccolta Sera, pubblicata nel 1946. La perdita dei due figli è pure al centro del suo diario intitolato Appunti inutili (1959), qui riprodotto. Si capisce perciò l’interesse che può avere un libro come questo, con l’intera corrispondenza conservata dei due figli durante il loro servizio militare troncato dalla morte. Nella desolazione di Giotti c’è molto di più che l’affetto paterno. Infatti, leggendo le lettere, ci si rende conto che Giotti trasformò la vita familiare in una specie di «ginnasio» privato. I figli non frequentarono le scuole pubbliche, naturalmente fasciste, e perciò invise a Giotti, ma vennero istruiti dal padre stesso. Tra padre e figli s’era dunque sviluppata una vera simbiosi di cultura e di gusti, di propensioni e d’interessi; la perdita dei figli fu per Giotti un’amputazione.
(…) Dopo aver ripercorso il cammino dei due giovani verso la tragedia, vien fatto di condividere col cuore le amare riflessioni di Giotti a proposito di Paolo, quando ancora sperava che Franco potesse essere scampato: «E così è finito questo mio tanto caro figliolo, all’età di 28 anni, stritolato fra le sue due patrie. Era fuggito dalla patria italiana, che lo aveva tartassato dai 18 anni in là, e la patria russa materna lo respinse, non seppe che dargli la terra per la sepoltura». E per i lettori di questo epistolario è inevitabile il rammarico per la perdita di due giovani di eccezionali qualità, di due coscienze alte e limpide.
dall'introduzione di Cesare Segre
(…) In questo volume è toccante vedere per così dire l’origine umana di alcune grandi poesie di Giotti; è come assistere al processo creativo di una poesia che affonda, come poche altre, le radici in una immediata, schietta e assoluta umanità. Le lettere dei figli Franco e Paolo a Giotti e quelle di quest’ultimo a loro due sono un documento che, scevro di ogni tentazione di estetizzare la vita vissuta, esprime un’umanità assoluta, con una semplicità quotidiana la cui profondità, mai ostentata, si coglie nella superficie delle cose, di piccoli dettagli, di piccole comunicazioni. Il terribile momento della guerra, la grande tragedia collettiva che presto diventerà tragedia personale del poeta, non tolgono serenità ai figli che gli scrivono da Treviso, da Pantelleria o dalla Russia in cui presto troveranno la morte. Sono lettere bellissime, in cui si coglie tutta la grazia, la poesia di una vita quotidiana vissuta con radicale autenticità e con un’altezza d’animo e di sentire non certo inferiore a quella del padre.
dalla postfazione di Claudio Magris